Storia redazionale ed editoriale del barone di Nicastro

Nel settembre del 1856 si apre a Milano il processo contro la novella L’avvocatino per «delitto contro la sicurezza dell’onore a danno dell’Imperial Regia Gendarmeria», per il quale sono chiamati a rispondere tre imputati: Ippolito Nievo, autore della novella; Vincenzo De Castro, direttore del «Panorama Universale» che aveva ospitato il testo tra il 5 aprile e il 7 giugno 1856; Giuseppe Redaelli, editore-tipografo della rivista. Deciso a difendersi da solo, Nievo nei primi mesi del 1857 si trova a Milano e inizia la propria collaborazione con uno dei più importanti giornali umoristico-satirici del decennio di preparazione: «Il Pungolo» di Leone Fortis, erede del veneziano «Quel che si vede e quel che non si vede» soppresso dalla censura il 9 gennaio 1857.
È dunque in un contesto particolarmente delicato nei rapporti con le autorità asburgiche che Nievo intraprende l’attività di scrittore-giornalista umoristico, affiancandola ai molteplici progetti narrativi (l’allestimento del Novelliere Campagnuolo), romanzeschi (la pubblicazione del Conte Pecorajo), poetici (la composizione delle Lucciole) e teatrali (Le invasioni moderne, I capuani).
Se l’11 aprile faceva la sua comparsa il personaggio-pseudonimo di «Dulcamara Chirurgo-inventore» con il primo articolo satirico a oggi noto (Grande scoperta politico-morale-industriale con privilegio d’anni 500), la settimana precedente il «Pungolo» aveva ospitato la prima puntata di una «novella satirico-contemporanea», intitolata Le Disgrazie del Numero Due, che costituisce la prima versione a stampa del Barone di Nicastro, interrotta all’altezza del capitolo XV. La reticenza con cui Nievo allude a questo testo nell’Epistolario rende estremamente problematica la ricostruzione della sua ‘storia interna’, legata a doppio filo alla vicenda giudiziaria dell’Avvocatino e al contesto collettivo di produzione satirico-politica delle riviste risorgimentali. Oggi, grazie all’apporto di alcune carte manoscritte della Biblioteca Civica di Udine, è forse possibile aggiungere qualche tassello a una vicenda compositivo-editoriale sotto molti aspetti ancora oscura e lacunosa.
I manoscritti di Udine
Le prime notizie relative a un (esiguo) corpus di manoscritti legati al Barone di Nicastro si devono a Iginio De Luca, che nella sua introduzione alla prima edizione critica del testo (1956) descrive due manoscritti autografi conservati nel Fondo Principale della Biblioteca Civica Vincenzo Joppi di Udine. Si tratta dei mss. 2530 e 3941, quest’ultimo donato – secondo le indicazioni d’archivio – da Luigi Ciceri il 19 dicembre 1953. A questi si dovrà aggiungere il frammento 14.1.2 del Fondo Nievo Ciceri, costituitosi presso la Biblioteca Joppi nel 2003, descritto e inventariato da Sara Cerneaz nel 2017.
Le 45 carte autografe totali conservate al loro interno, fino a oggi inedite, risultano così ripartite all’interno di tre unità archivistiche, di cui si offre una sommaria descrizione:
1. Manoscritto 2530 (Fondo Principale)
1 bifoglio seguito da 2 carte sciolte per un totale di 4 carte non numerate vergate recto/verso (dimensioni 190x139mm). Il numero di righe risulta variabile da un minimo di 21 (cc. [1]r, 3r/v-4r/v) a un massimo di 25 (c. [2]v) Sulla prima carta è riportato, centrato, il titolo Le Disgrazie del Numero Due /Novella di Nevio e l’indicazione del capitolo (XIII).
2. Manoscritto 3941 (Fondo Principale)
- Gruppo I: 2 carte sciolte vergate recto/verso, numerate con numerazione d’archivio 1-2, segnata a matita sul fronte in alto a destra; il recto e il verso sono indicati su ogni carta, rispettivamente, dalle lettere A e B (dimensioni 278x224mm c.1; 278x218mm c.2). Il numero di righe varia da un minimo di 38 (c.1v) a un massimo di 41 (c. 2v).
- Gruppo II: 2 carte sciolte seguite da 1 bifoglio, 4 carte sciolte e 7 bifogli piegati ed inseriti l’uno dentro l’altro, per un totale di 22 carte vergate recto/verso (dimensioni 190x139 mm). La numerazione è stata inserita a posteriori a matita sul fronte di ogni carta in alto a destra, e procede progressivamente da 3 a 24. Il numero di righe varia da un minimo di 20 (cc. 7r, 8v, 9r/v) a un massimo di 28 (cc. 18r/v-19r/v).
- Gruppo III: 8 bifogli piegati e inseriti uno dentro l’altro, per un totale di 16 carte vergate recto/verso con numerazione d’archivio 25-40, segnata a matita sul fronte in alto a destra (dimensioni 202x148 mm). Il numero di righe varia da 21 (cc. 29v, 30v) a 31 (c. 40v).
3. Frammento 14.1.2 (Fondo Nievo Ciceri)
1 carta non numerata vergata recto/verso (dimensioni 310x141 mm). Il supporto scrittorio è stato ricavato da un libro o da una rivista di argomento pedagogico, che non è stato possibile individuare con certezza.
Lo studio degli autografi ha restituito una situazione decisamente singolare, per cui la maggior parte delle carte conservate nel ms. 3941 dovrà essere messa in dialogo non soltanto con le carte del ms. 2530, ma anche con il frammento 14.1.2 del Fondo Nievo Ciceri. Se un primo indizio in questo senso proviene dalla perfetta corrispondenza fra il supporto scrittorio delle cc. [1]-[4] del ms. 2530 e quello delle cc. 3-24 del ms. 3941 (già notata da De Luca), il testo delle singole carte (in virtù della coerenza narrativa ma soprattutto di alcune parole segmentate a fine e a inizio di carta) ha permesso di ricostruire due diverse redazioni del Barone.
Chiameremo REDAZIONE A la più corposa, composta nell’ordine dalle cc. [1], [3]-[4] del ms. 2530; 3-10 del ms. 3941; [2] del ms. 2530; 11-44 del ms. 3941; frammento 14.1.2 del Fondo Nievo Ciceri.
Si tratta di una redazione acefala intitolata Le Disgrazie del numero due. Novella di Nevio, che ospita poco più della metà del racconto (dal capitolo XIII al capitolo XXX e ultimo). Le cancellature e le correzioni apportate dallo stesso Nievo rivelano la natura avantestuale di queste carte, dove l’uso di tre inchiostri differenti consente di distinguere fra interventi currenti calamo e interventi inseriti in un secondo momento, probabilmente in occasione delle riletture che precedevano l’avanzamento della composizione. Dal punto di vista della collocazione cronologica, il confronto con i testi pubblicati sul «Pungolo» (limitatamente ai capitoli XIII-XV) e sul «Fuggilozio» permette di considerare la redazione antecedente alla stampa del 1857: rispetto ai testi su rivista, si registra una diversa suddivisione della materia narrativa, insieme a numerose varianti di diversa entità nella stesura dei singoli episodi (fra le più significative, si segnala l’assenza dell’incontro con «l’eroina di Granata» durante il pronunciamento delle Cortes). Il viaggio del barone Camillo di Nicastro risulta invece già perfettamente delineato in tutte le sue tappe rispetto alla versione definitiva, così come la narrazione allusiva appare del tutto coerente con le strategie anti-censorie messe in atto all’interno del «Pungolo».
Restano escluse le cc. 1-2 del ms. 3941 che compongono la lacunosa REDAZIONE B, ridotta a esigui frammenti dei capitoli XV, XVI (c.1) e XVIII (c.2). Il supporto e la grafia di Nievo, insieme alle rarissime correzioni, invitano a considerare le carte come testimoni residuali di una bella copia destinata verosimilmente a un tipografo-editore. Una lettura incrociata permette di individuare uno stadio
compositivo successivo alla redazione A, mentre nulla è emerso dal confronto con i testi del «Pungolo» e del «Fuggilozio»: rispetto ai brani conservati emergono infatti solo variazioni nella punteggiatura e nell’uso delle maiuscole, mentre l’unico frammento che avrebbe consentito un confronto fra testo di B, testo del «Pungolo» e testo del «Fuggilozio» (la conclusione del capitolo XV) non presenta alcuna variante fra le redazioni conservate.
La mancata corrispondenza fra unità archivistiche e unità compositive invita dunque a ragionare non per testimoni ma per singole redazioni del testo, ed è in base a questo principio che è stata allestita l’edizione delle carte manoscritte nella sezione TESTO.
Le Disgrazie del Numero Due. Novella satirico-contemporanea di Nevio (1857)
Il titolo della redazione A, Le Disgrazie del Numero Due, viene riproposto nella riscrittura del «Pungolo» con una minima ma significativa variazione nel sottotitolo. La «novella di Nevio» del manoscritto assume infatti due connotazioni estremamente eloquenti nel circuito comunicativo della stampa periodica: la combinazione di tono «satirico» e referente «contemporaneo» può essere infatti a buon diritto ricondotta al contesto di vivacissima produzione umoristica che caratterizzò il giornalismo milanese nella fase finale del decennio di preparazione, fra la fine della guerra di Crimea e l’inizio della seconda guerra d’indipendenza. Le risorse del comico, nella modulazione specifica della satira di costume e nei travestimenti letterari, vennero sistematicamente impiegate dai giornali non governativi per aggirare i severi controlli della censura, generando così dei macro-contenitori testuali estremamente complessi.
La rivista «Il Pungolo. Giornale critico-letterario illustrato» (7 marzo 1857-25 aprile 1858) si fonda per l’appunto su queste pratiche di lettura selettive, legate da un lato all’accumulo disorientante di materiale scrittorio (corrispondenze, fisiologie, recensioni, poesie, racconti, cronache) che concorre a realizzare un repertorio tematico condiviso, dall’altro agli elementi visuali che diventano veri e propri produttori di senso, parte integrante di una strategia del non detto che rafforza la comunione dialogica con un pubblico complice e sodale. In questa prospettiva, la rivista che ospita le prime puntate del Barone non funge da sfondo inerte e occasionale di pubblicazione, ma contribuisce a individuare il doppio orizzonte – politico e letterario – necessario alla piena comprensione del testo. A questo proposito, i fascicoli digitalizzati nella sezione MATERIALI consentono di osservare in maniera più precisa la rete di richiami tematico-figurativi sapientemente innescata all’interno della rivista. Oltre all’apparato iconografico allestito specificamente per Nievo da Paolo Riccardi (fino al capitolo XIII) e da Salvatore Mazza (nei capitoli XIV e XV), si pensi alle vignette di intestazione dedicate al diavolo Asmodeo – redattore fittizio modellato sul protagonista del Diable boiteux di Le Sage, emblema di una satira demistificatrice delle ipocrisie della realtà –, o ai Bozzetti veneziani pubblicati dallo stesso Nievo – che nella loro rappresentazione caustica della Serenissima promuovono a loro volta un dissimulato messaggio civile e satirico.
Nel regime di prudenza imposto della legislazione repressiva del Lombardo Veneto, il denso sostrato politico della «novella satirico-contemporanea» è probabilmente all’origine della sua pubblicazione tormentata e discontinua. Le Disgrazie del Numero Due escono infatti sui numeri del 4 e 21 aprile, del 2 e 9 maggio, dell’8, 15 e 22 agosto 1857 – con alcuni errori di impaginazione (l’inversione dei primi due paragrafi del capitolo XIII) e di numerazione dei capitoli (relativa ai capitoli VI-VII, IX-XIII) lamentati da Nievo nella lettera a Fusinato del 26 agosto 1857. Del resto, fra le ragioni che indussero Fortis prima a ritardare, e poi interrompere, la pubblicazione si potrà forse annoverare anche la prima ammonizione ufficiale del «Pungolo», ricevuta dalla censura austriaca il 25 maggio 1857.
Le Dualità del Barone di Nicastro (1859)
A più di un anno di distanza, il Barone conosce una seconda pubblicazione nella primavera del 1859, sui fascicoli 11-14 della quinta annata del «Fuggilozio» (20 aprile; 30 aprile; 10 maggio; 20 maggio).
Diretto da Carlo Viviani e pubblicato da Borroni-Scotti, il «Fuggilozio» è un giornale a cadenza decadale molto più longevo del «Pungolo» (1855-1859) e quasi del tutto estraneo alle tematiche d’attualità e di costume che costituivano la materia cifrata dei periodici più apertamente ostili al governo. Accanto a numerosi romanzi e racconti, i generi maggiormente rappresentati nella rivista erano infatti apologhi e leggende, inframezzati solo raramente da resoconti di viaggio, descrizioni di monumenti e biografie; analogamente, il sistema di illustrazioni risultava impoverito e depotenziato rispetto alle soluzioni del «Pungolo», svolgedo una mera funzione esornativa. Proprio questa fisionomia dimessa aveva reso il periodico meno suscettibile ai controlli della censura, e benché Tenca lo giudicasse un mediocre «giornalino rimpinzato quasi per intero di vecchie traduzioni di cose francesi», alcuni indizi permettono di riconoscerne l’orientamento anti-austriaco. Il «Fuggilozio», nota Marcella Gorra, rientrava per esempio fra le riviste a cui erano stati indirizzati i lettori del «Panorama universale» dopo l’istituzione del processo all’Avvocatino, e già nell’estate del 1855 aveva ospitato una serie di sardoniche stoccate contro il periodico reazionario «La Bilancia» (obiettivo polemico, fra le altre cose, anche dei primi articoli giornalistici di Nievo). Infine, il numero del 10 luglio 1859 si sarebbe aperto con un articolo encomiastico su Vittorio Emanuele II, lasciando pochi dubbi in merito all’indirizzo politico dei compilatori.
È dunque entro un contesto più sicuro, ma non per questo meno solidale, che Nievo stampa in forma anonima una nuova versione del testo, con il titolo Le dualità del Barone di Nicastro. Come ha osservato Silvia Contarini, la presenza di numerose e sostanziali varianti (a cominciare da quelle innescate dall’assenza di illustrazioni) testimonia una partecipazione diretta di Nievo alla riscrittura e alla nuova pubblicazione.
Edizioni Sanvito (1860)
Il persistente silenzio calato sul «romanzetto satirico» nell’epistolario e la totale assenza di varianti impediscono di rintracciare anche il minimo intervento di Nievo nel passaggio da periodico a volume, avvenuto verosimilmente nel 1860. A questa data risalgono infatti tutti i volumi a oggi noti pubblicati dall’editore Sanvito con il titolo Le avventure del barone di Nicastro di Ippolito Nievo, nella serie XIV della collana «florilegio romantico». Nell’ambito della critica nieviana, solo Dino Mantovani e Marcella Gorra fanno riferimento a un’edizione del 1859 all’interno della XIII serie della «florilegio», citata anche nel diciannovesimo volume della Storia del consolato e dell’impero di Adolfo Thiers (Sanvito, 1861) ma di cui non è stato possibile reperire alcun esemplare.
A partire dai volumi conservati nella Biblioteca Joppi, una ricerca sui cataloghi informatizzati nazionali ha confermato l’esistenza di due edizioni Sanvito datate 1860:
- SANVITO 1860a: volumetto unico del «Florilegio romantico» (serie XIV) composto dal Barone e dalla Corsa di prova (già pubblicata sul «Fuggilozio» il 30 maggio 1859); oltre al titolo di copertina, il frontespizio recita Il barone di Nicastro. Novella, mentre sulla prima pagina del testo si legge Le dualità del barone di Nicastro.
- SANVITO 1860b: volume miscellaneo che contiene il testo di SANVITO 1860a cucito insieme ad altri due volumetti della collana «Florilegio romantico». Il primo, sempre dalla XIV serie, ospita altri testi
pubblicati sul «Fuggilozio»: La pazza del Segrino e La viola di San Bastiano di Ippolito Nievo (10 e 20 luglio 1859), seguiti da Il pescatore di Portici di Augustin Chevalier (20 luglio 1859) e Il primo bouquet di fiori d’arancio (pubblicato anonimo ma riconducibile a Louis Lurine), questi ultimi tradotti dal francese. Il secondo volumetto aggiuntivo, che reca ancora l’indicazione del «Florilegio romantico» ma proviene dalla serie XIII del 1859, riporta invece il romanzo Gina e Cecilia di Vittorio Bersezio. L’operazione di accorpamento dei materiali è stata certamente condotta dall’editore Sanvito, come conferma il dorso originale su cui sono riportati tutti e tre i titoli di copertina dei volumetti singoli (Le avventure del Barone di Nicastro; La pazza del Segrino; Gina e Cecilia).
Esistono inoltre alcuni esemplari miscellanei (4 sui 10 attualmente rintracciati) identici a SANVITO 1860b per quanto riguarda la disposizione dei testi, ma che presentano un’ulteriore differenza nella titolazione: sulla prima pagina del testo, al posto de Le dualità del barone di Nicastro, è infatti riportato il titolo meno connotato e oggi invalso nelle edizioni moderne, cioè Il Barone di Nicastro.
Al di là dei diversi titoli impiegati, il testo di tutti questi volumi rappresenta la riproduzione meccanica di quello pubblicato sul «Fuggilozio» ed effettivamente lo stesso catalogo del «florilegio romantico» rivela una piano editoriale pressoché inesistente: i singoli volumi sembrano per lo più ristampe di romanzi e novelle già pubblicati in diverse sedi dall’editore Borroni-Scotti, di cui Sanvito aveva ereditato i materiali (fra cui «Il Fuggilozio», che infatti anticipa moltissimi titoli della collana). Il coinvolgimento di Nievo, risulta per altro effettivamente inverisimile alla luce degli eventi storico-politici che lo videro attivo protagonista fra l’aprile del 1859 e il 1860 (la seconda guerra d’indipendenza, il trattato di Villafranca, la spedizione dei Mille).
Sulla base di queste considerazioni sembrerebbe legittimo considerare Le dualità del Barone di Nicastro come il vero titolo del testo nieviano, o se non altro come l’ultimo che riflette con certezza una volontà autoriale. Contestualmente, non è sembrato opportuno includere il testo di Sanvito fra le redazioni codificate nella sezione TESTO preferendo, piuttosto, digitalizzarne un esemplare (conservato presso la Biblioteca Joppi all’inventario 189922 e ascrivibile all’edizione SANVITO 1860b) nella sezione MATERIALI. Se è vero infatti che l’edizione Sanvito non rileva nulla dal punto di vista della composizione, essa si configura come uno snodo fondamentale nella ricezione del testo: dai volumi Sanvito derivano infatti le edizioni novecentesche che adottano sistematicamente il titolo Il Barone di Nicastro, a partire da Sonzogno (1932) passando per Valsecchi (1945) fino all’edizione di De Luca per Einaudi (1956), mentre il fortunatissimo testo di Portinari (Mursia 1967; Serra 1980) nasce da un’arbitraria quanto scorretta contaminazione fra il testo di Sanvito e quello del ms. 3941 della Biblioteca Joppi.
